Vorrei che l’appuntamento di sabato 26 gennaio si concentrasse soprattutto su quell’aspetto “semantico” che è stato sollevato nell’articolo scritto dai compagni Scotto, Pataffio e Mascarin. Una sinistra capace di senso, si è detto. Va da sé che il problema della ricerca di significato non è solo un problema della sinistra, quanto un problema della politica in primis, della società più in generale, e delle singole vite delle nuove generazioni in particolare.
Il senso di insicurezza che ci attanaglia, che ci soffoca, che ci chiude sulla difensiva, che ci spinge a stringerci in comunità sempre meno aperte, è una delle cause più immediate della crisi della sinistra. Questa insicurezza, questa vera e propria mancanza di senso, come ci insegnano Bauman e Gallino, non riguarda tanto la nostra fisicità quanto il nostro futuro. E spinge una politica sempre meno interessata e capace di guardare avanti alla miseria delle soluzioni improvvisate, degli hic et nunc temporanei, delle leggi speciali.
Chiama alla ribalta gli “uomini forti”, i decisionisti, aiuta a dimenticare quella che è stata la storia del ‘900, aumentando il rischio che si ripetano le tragedie che hanno caratterizzato il secolo appena trascorso. Ci spinge a una cieca fiducia in alcuni leader estemporanei, e non a caso da sinistra, anche nella due giorni della Sinistra Arcobaleno, abbiamo più volte fatto riferimento al più grande lascito di Enrico Berlinguer, la questione morale come stella polare per il nostro impegno politico.
E quindi etica della responsabilità, coerenza tra parole e azioni, politica come vocazione. Ma tutto questo non basta, se viene a mancare quel senso che cerchiamo e che non siamo capaci di cogliere. Se la sinistra vuole ricostruire una sua presenza solida in Italia, in Europa e nel mondo deve ricominciare a farsi portatrice di una visione del mondo altra rispetto a quella oggi dominante. Leggo con piacere nel logo che pubblicizza l’incontro del 26 una frase su cui dovremmo riflettere e far riflettere i nostri coetanei: “Nelle forme attuali, il capitalismo è incompatibile con la vita del pianeta”.
Io riformulerei la frase, richiamandomi non solo alla tragedia della ThyssenKrupp quanto alla catastrofica quotidianità della nostra Italia: nelle forme attuali, il capitalismo è incompatibile con la pacifica convivenza tra i popoli e tra le persone.
Guardiamo all’Italia: un paese in cui si muore quotidianamente sul lavoro, in cui ci si indebita per comprare il televisore al plasma, in cui è quasi impossibile per un ragazzo lasciare il nucleo familiare per costruirsi una propria, indipendente, parentesi di vita. La risposta della sinistra non può limitarsi a una generica tutela del cittadino consumatore, attore essenziale della logica di mercato imperante. La risposta della sinistra deve essere l’identificazione e il contrasto delle cause di questa situazione. In due parole, dobbiamo essere in grado di togliere l’egemonia culturale dalle mani di quei gruppi di potere che attualmente la detengono e la usano per alimentare un sistema che presto o tardi ci scoppierà in mano.
La nostra generazione non è una generazione apatica, disinteressata, svogliata, come viene spesso rappresentata. E’ una generazione figlia della nostra società, una generazione con la quale noi per primi dobbiamo fare i conti. Ma per chiedere un impegno dobbiamo essere in grado di dare un senso, appunto. Se saremo in grado di indicare la strada, sono convinto che ci seguiranno in tanti.
Lorenzo Cipriani
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